M'Armo

Lo chiamano marmo, ma sembra un immenso deposito di nuvole rapprese. Prima che ci illudessimo di infrangerne in volo il cuore, non era forse un sospetto la stessa consistenza delle nubi? Sulla sommità dell’Altissimo indugiano le perturbazioni del Tirreno, per un gioco indefesso di venti e correnti; in virtù di una analoga convergenza di fattori ne depredano il ventre prodigo gli uomini, avidi della sua dura carne esangue, lattescente. Materia prima di cattedrali, cattedrale essa stessa. 

Come schiuma affiorano le cave dal cobalto del mare. Le separa dalle onde una esile lingua di bosco e di sabbia, ma più incerto ancora è il confine con il manto del cielo. Tozzo ricamo, gioco inventato da un bambino armato di forbici rotonde e di un cartone azzurro mare. Potrebbe perfino mancare, il cielo al di là delle vette di marmo, ed essere la pietra lucente parte della sua volta, tanto è inamovibile e saldo il suo profilo, tanto è massiccia la sua ombra.

M’armo. Mi annuncia pronto all’agone, irrompendo nell’apparente biancastra assenza di suono e di moto e di vita, la punta insolente di giallo sanguigno dell’elmo che mi cinge le tempie. Un ultimo sguardo a terra, nel fango tra le scarpe; lo specchio di acqua torbida delle pozzanghere che calpesto riduce a minuzia il colosso di marmo che – lo sento con i timpani, rimbomba nei ventricoli - mi sovrasta, guardingo.

Prima dell’abile sbozzatore, prima e più ancora dello scultore di genio, è dello scavatore la sfida ingrata, grandiosa: affrontare il gigante, carne irrorata di sangue contro pietra e strapiombi, indifferenza glaciale. Lillipuziani sul petto di Gulliver. Mi fondo con il brulichio che tormenta l’epidermide traslucida del gigante, mi distraggo nel frastuono delle macchine; enormi, e così piccole. Può uno scatto impossessarsi dell’immenso?

Tra queste pareti di opalescente vertigine ebbe inizio il viaggio del David verso i fasti di Firenze e del mondo; proprio qui, dove dormiente l’attende il suo destino - il gigante, Golia.

M’armo, inerme.

Isabella Michetti

Carlo Valentini